Michele Barbetta è il nuovo presidente di Confagricoltura Padova

 

 

Sarà Michele Barbetta a guidare nel prossimo triennio Confagricoltura Padova, che conta 4.000 associati e molte grandi aziende della provincia. È stato eletto oggi dall’assemblea provinciale dei soci che si è riunita all’hotel Crown Plaza di Padova. Barbetta riceve il testimone da Giordano Emo Capodilista, che lascia dopo due mandati ma resta vicepresidente di Confagricoltura Veneto e membro di giunta di Confagricoltura nazionale con delega all’internazionalizzazione.

Barbetta, 55 anni, è di Carceri (Este) e conduce un’azienda agrozootecnica di 150 ettari coltivati a seminativi e noce da frutto. Alleva galline ovaiole in un impianto autoalimentato con energia rinnovabile. “È necessario far comprendere che quantità, qualità e ambiente, in un’agricoltura moderna e tecnologicamente avanzata, possono coesistere – ha detto il nuovo presidente -. Quell’agricoltura che vede impegnate molte nostre aziende e i cui prodotti, verificati e controllati, freschi o trasformati, sono apprezzati quotidianamente nelle tavole degli italiani e all’estero e costituiscono la vera spina dorsale della filiera agroalimentare italiana, ambasciatore del made in Italy”. Secondo Barbetta è però fondamentale l’impegno per l’innovazione delle imprese e che anche in Europa si possano applicare le nuove tecniche di miglioramento genetico, con una Politica agricola comune (Pac) che aiuti le aziende a crescere, a svilupparsi e ad innovare: “Una Pac per sopravvivere l’abbiamo sperimentata per molti anni e ora il fenomeno di selezione delle imprese è irreversibile: soltanto chi innova, migliora le produzioni o cerca nuove opportunità di mercato può avere successo. Anche se la vera sfida sarà quella di rafforzare il nostro potere contrattuale nei confronti dell’industria e del commercio”.

Un cenno, infine, al consumo del territorio, che continua inarrestabile: “Il Veneto e la provincia padovana continuano a destinare il suolo agricolo ad abitazioni. Infrastrutture e insediamenti industriali: 455 metri quadrati per abitante contro una media nazionale di 378 e una media europea ancora più bassa. In provincia di Padova si stimano 160 ettari persi tra il 2012 e il 2015. Oltre a rappresentare uno sfregio all’ambiente, questo fenomeno va contro gli interessi di un’agricoltura efficiente e di qualità. Il consumo di suolo agricolo provoca l’inquinamento delle falde per la presenza di insediamenti civili ed industriali, e i Pfas ne rappresentano l’esempio eclatante, ma anche una minore ritenzione idrica del suolo e maggiori problemi idraulici”.

Concetti risuonati anche nella relazione del presidente uscente Giordano Emo Capodilista, che ha tracciato una panoramica sul settore: “L’agricoltura della nostra provincia è soggetta a una profonda trasformazione: il numero di aziende agricole si sta riducendo drasticamente di anno in anno, aumentano i lavoratori dipendenti e diminuiscono i coltivatori diretti. Le imprese iscritte alla Camera di Commercio nella nostra provincia sono passate da 15.000 a 12.000 nell’arco di 5 anni e le ditte iscritte all’Inps come coltivatori diretti nello stesso periodo si sono ridotte di 400 unità, passando da 5.050 a 4.650. Sono aumentati gli imprenditori agricoli professionali (Iap) e, con loro, i datori di lavoro e i lavoratori dipendenti che attualmente, tra operai a tempo indeterminato e determinato, si attestano intorno alle 3.500 unità tra operai ed impiegati. Ad essi si sommano i lavoratori delle cooperative agricole e delle ditte che prestano servizi, sempre più utilizzate dalle aziende agricole”.

Le aziende che rimangono attive tendono a professionalizzarsi e a specializzarsi: “Tra le nuove generazioni di imprenditori agricoli si contano sempre di più diplomati e laureati. Si sta selezionando una nuova classe di imprenditori agricoli, attenta ai mercati e all’innovazione. Una trasformazione imposta dalle mutate condizioni di mercato dei prodotti agricoli: dei cereali, dello zucchero, del latte, della carne e dalla sempre più ridotta protezione fornita dagli aiuti comunitari. La crisi dei seminativi tradizionali è sotto gli occhi di tutti. Alle quotazioni asfittiche delle commodities si aggiungono le sempre maggiori difficoltà che si incontrano nella coltivazione, imputabili al clima, alla presenza di parassiti sempre più aggressivi e alla burocrazia sempre più opprimente”.

Il mercato però offre nuovi sbocchi. Una di queste è rappresentata dalla crescita della domanda di prodotto biologico: “Aziende come l’Agricola Grains di Arre e la Coprob, due realtà agroindustriali presenti nel Padovano, chiedono prodotto biologico di origine italiana, perché grande è la domanda di prodotto nazionale che in questo momento proviene dall’industria alimentare. Certo, serve un cambio di rotta, servono investimenti e conoscenze. Ma sapersi adeguare al mercato deve essere la missione di ogni imprenditore”.