La siccità che colpisce il Veneto nell’estate 2026 non è un’emergenza ordinaria. Le misure straordinarie di gestione idrica che in passato si adottavano a luglio inoltrato sono già operative a fine giugno. I tre principali bacini che alimentano l’agricoltura veneta — Brenta, Adige e Po — versano in condizioni critiche, con ricadute immediate sulle nostre imprese.
Il Brenta: dighe aperte in anticipo, turni irrigui a rischio
Il Consorzio di bonifica del Brenta ha ottenuto dalla Regione l’autorizzazione ad aprire con diverse settimane di anticipo le dighe Enel del Corlo e del Senaiga, nel Bellunese. Le portate registrano un calo del 64% rispetto alla norma. Nei comprensori dell’Est Vicentino e del Padovano orientale i bacini sono quasi esauriti e sono già in vigore limitazioni ai prelievi per ordinanza regionale, con la concreta possibilità di sospensione o slittamento dei turni irrigui.
Mais e soia sono le colture più esposte. Il mais in alcuni campi non cresce e si sta seccando; la soia, in fase di fioritura, richiede irrigazione continua per formare i baccelli. Senza piogge significative nelle prossime settimane, i danni rischiano di essere totali.
L’Adige: in stato di crisi, riserve nivali esaurite
L’Adige è il fiume che alimenta, attraverso il sistema del Canale Lessinio Euganeo Berico (LEB), una parte determinante del territorio vicentino e padovano e delle loro reti irrigue. Le portate hanno subito un crollo del 68% rispetto alla media storica: è già dichiarato in stato di crisi idrica. Le riserve nivali nei bacini montani segnano -32% rispetto al già drammatico 2022 nel bacino del Piave e addirittura -67% nel bacino Cordevole: in totale circa 62 milioni di m³ di riserva in meno. Con i ghiacciai ormai residuali, una volta esaurito l’apporto del manto nevoso, la pianura potrà contare solo sulle piogge estive per ricaricare acquiferi già oggi sotto i livelli minimi.
Il Po: il più critico — cuneo salino in risalita, Delta in emergenza
Il Po è oggi il fiume con lo stress idrico più grave. A Pontelagoscuro la portata è scesa a circa 290 m³/s, meno dei due terzi della soglia critica di 450 m³/s. Il fiume cala di 20 centimetri al giorno. La conseguenza diretta è la risalita del cuneo salino nel Delta a una velocità preoccupante: l’acqua marina ha già superato i 20 km nell’entroterra, i sifoni da Scardovari fino al mare sono stati chiusi. Il Riso del Delta IGP, il mais e le colture orticole del Polesine sono già compromesse, con perdite stimate superiori al 25% sul raccolto estivo. La salinizzazione prolungata dei terreni può causare danni permanenti alla fertilità agricola.
Su questo fronte Confagricoltura Rovigo ha convocato il 23 giugno una conferenza stampa a Taglio di Po, ottenendo ampia copertura su più testate. Il direttore Massimo Chiarelli ha indicato con chiarezza il punto critico: i prelievi eccessivi a monte riducono drasticamente la portata disponibile nel Delta, innescando la risalita salina: “E’necessario assumere decisioni emergenziali. Basterebbe garantire un 10% di acqua in più per consentire a tutti di irrigare e continuare a produrre”.
Piergiorgio Ruzzon, responsabile per il Delta del Po, ha aggiunto: “Stiamo vivendo come in una grande città senza segnaletica stradale. Serve una regia che coordini e regoli i prelievi lungo tutto il corso del Po.” Alberto Protti, reggente di Porto Tolle, ha ricordato che gli agricoltori hanno già investito per rendere efficienti i sistemi irrigui: “Questi sforzi diventano inutili se manca la risorsa fondamentale.”
La Regione Veneto ha avviato un confronto con Emilia-Romagna, Lombardia e le Province autonome di Trento e Bolzano per aumentare gli apporti dai bacini confinanti. ANBI Veneto chiede accordi di mutualità con il Trentino-Alto Adige e la nomina di un commissario straordinario. Il problema è però strutturale: il Veneto invasa solo il 5% della pioggia caduta. Il solo Veneto ha presentato al bando PNIISSI 48 progetti per un importo che supera l’intero stanziamento nazionale. Finché le risorse non saranno adeguate, ogni estate rischia di riaprire la stessa emergenza.

